[S-fotografie] Scatti nei musei

alberto giudici alberto.giudici a gmail.it
Ven 7 Feb 2014 16:46:21 CET


Letto l’artico di GVolpe e letti i commenti, mi viene spontaneo porre una domanda. Perchè fotografare ? 
Le prole finale dell’artico di GVolpe le sottoscrivo. Chi fotografa consapevolmente per divulgare lo può fare in tutti modi, realizza un lavoro utile a se stesso e in definitiva anche al prossimo. 

C’è però un difetto di base nel porre la questione generale. Il falso problema di avere tutto sotto controllo con la fotografia e quindi fotografare.  È il sintomo o  primo passo di una “malattia”. Come tutti i sintomi può sfociare in qualche cosa di buono o nel peggiore delle ipotesi in tragedia. In questo caso la tragegia è lo scatto compulsivo. Oggi molto di moda e facilitato dagli strumenti elettronici.  Diventa spesso degenerante e controproducente, neppure da tenere in considerazione come fenomeno “fotografico” ma relegarlo nella giusta ottica di una vera e propria “foto-fobia-malattia-fotodipendenza”. Qualche riflessione ha ricordato il comportamento dignitoso che bisogna osservare nel maneggiare attrezzi così “delicati” sotto tutti i punti di vista. Cosa non di secondaria importanza. 

Il gioco della fotografia è però insidioso. 
Se vado a sentire un concerto, vedere una mostra o uno spettacolo teatrale, l’immagine o se vogliamo il ricordo che ne avrò sarà il frutto di mille componenti, sensoriali/uditive/visive che generano una sensazione tale da farmi rimanere impressa quell’evento/immagine. Ugualmente entrare in un museo o una biblioteca, indipendentemente dal mio primo interesse per cui sono in quel luogo. La foto è la conseguenza di qualche cosa. È se vogliamo una reazione “istintiva”.  Non tutto ciò che vedo, leggo, studio sarà per me di eguale interesse e quindi fotografabile. Ma quanti fra quelli che scattano immagini così istintive con il proprio cellulare riescono poi a tradurre quell’esperienza in fotografia?
La domanda quindi provocatoria è questa. Perchè sto fotografando. 

È ovvio che bisognerebbe essere liberi di scattare ovunque. Per molti versi lo si è già fin troppo. È un bene. Perché quell’immagine può diventare il pre-testo per argomentare  per discutere per approfondire. 

Togliamoci dall’equivoco principale ; l’immagine così trattata non può essere considerata documentazione visiva tout court. Chi fa il fotografo di mestiere lo sa e quì introduco l’ultimo punto, forse fuori tema rispetto alla discussione, ma per me ugualmente valido. Chi fotografa per professione deve avere altri mezzi, altre visioni, altri argomenti per dire la sua. La fotografia, come la scrittura, la musica, tutto deve essere “libero” di essere ri-prodotto, mentre chi lo realizza come professione deve saper andare oltre la banale riproduzione. 

Quindi la discussione interessante è perché oggi pur scattando molto c’è molta più gente ignorante, si conosce sempre meno del passato o del presente ma in modo più superficiale. L’ immagine sembra essere diventata la banalizzazione della conoscenza. Non ho ricette ne tantomeno soluzioni. Scattare fotografie è facile e per molti questa facilità la si traduce in un gesto che ci afferma il nostro essere contemporanei. 
Le Istituzioni italiane spesso hanno ferraginosi meccanismi di autopretezione. Non si capisce bene che cosa vogliono proteggere.  Per quanto riguarda la fotografia basterebbe oggi dire di non utilizzare il flash. Punto e basta. 
Il quadro, il manoscritto, l’architettura, li vivi standonci di fronte (dal vivo) , li potrai ricordare con una foto, se proprio sei esigente ci sono i cataloghi, i Dvd ecc...ma questo è sicuramente un altro argomento. 
Concludendo. Se andate a New York e volete fotografare l’interno della la mitica New York Public Library richiedete un documento pronto all’uso, compilate, pagate dollaro per la spesa della pratica e fotografi subito. Sul documento che ti fanno sottoscrivere ci sono a chiare lettere le pratiche di pura e semplice civiltà, niente di più niente di meno. Provate ad andare alla mitica Sormani di Milano o in qualche altra blasonata biblioteca italiana; non ne verrete mai a capo. E quì mi fermo. 
Perchè non vorrei a questo punto essere veramente andato fuori tema.

Alberto Giudici 
fotografo
 


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