[S-fotografie] Lewis Baltz (1945-2014)

Tiziana SERENA tiziana.serena a gmail.com
Mar 2 Dic 2014 12:38:03 CET


Lewis Baltz, è morto a Parigi all'età di 69 anni, il 22 novembre 2014.

Fotografo e critico, curatore e insegnante, appartiene a una generazione 
che ha assistito e rappresentato in fotografia uno dei periodi più 
emblematici, fra gli anni Sessanta e Settanta, della trasformazione 
industriale del territorio americano. Una trasformazione che Baltz ha 
voluto interpretare secondo quella formula carica di implicazioni 
politiche del “paesaggio come bene immobiliare” e contemporaneamente 
come occasione per riflettere sullo statuto della fotografia. A 
caratterizzare la sua ricerca sono un modo asciutto e preciso, senza 
fronzoli e compiacimenti in un facile simbolismo, con un gusto per il 
rigore geometrico vicino al minimalismo e all'arte astratta americana, e 
che in parte può essere letto come omaggio a un pittore a lui vicino, e 
non abbastanza riconosciuto, come John McLaughlin. La causticità e il 
silenzio sono il tratto specifico della sua visione su cui tutta la 
critica converge.

Il suo percorso di ricerca può essere sintetizzatoin relazione alla sua 
geografia personale: il primo periodo negli Stati Uniti e, dalla fine 
degli anni Ottanta, il secondo periodo in Europa. Vive anche in Italia: 
approda dapprima a Milano e negli anni Duemila a Venezia. Nella città 
lagunare, dalla quale Paolo Costantini aveva avviato un contatto caldo 
con lui e con altri fotografi americani confluito nell'importante mostra 
“Dialectical Landscapes / Nuovo paesaggio americano” ( 1987), per sette 
anni Baltz ha tenuto laboratori di fotografia al Dipartimento di Design 
dell'Università IUAV, parallelamente a quelli di Guido Guidi.

Americano di nascita, nato a Newport Beach in California, Baltz si forma 
nel San Francisco Art Institute, dove si diploma nel 1969. Due anni dopo 
finisce il Master alla Claremont Graduate School con una tesi dove 
confluirono le sue fotografie. La sua fortuna internazionale è 
certamente legata alla partecipazione alla celebre mostra di Rochester 
del 1975 in cui vennero presentate fotografie che allora apparvero aride 
e distaccate sul paesaggio americano, raffigurato non più nella sua 
simbolica e celebrativa magnificenza, ma come qualcosa di semplicemente 
non interessante. L'esposizione “New Topographics: Photographs of a 
Man-Altered Landscape”, presentava il lavoro di una serie di fotografi 
come Robert Adams, Bernd e Hilla Becher, Joe Deal, Frank Gohlke, 
Nicholas Nixon, John Scott, e una selezione di fotografie di Baltz 
tratte dal suo progetto in forma di libro “The New Industrial Parks Near 
Irvine, California”, pubblicato appena l'anno prima nel 1974. A partire 
da queste date, il lavoro di Baltz sul territorio, con riferimento non 
scontato alla tradizione documentaria, è ascritto definitivamente dai 
critici coevi all'ambito concettuale.

Alla fine del decennio successivo si trasferisce in Europa. Dirà: “Nel 
1990 sembra che il mondo fosse in un certo senso già finito, ovvero che 
si fosse reso refrattario a ogni nostra possibilità di comprensione”. In 
effetti, gli anni Novanta sono da mettersi in corrispondenza alla fine 
del suo progetto artistico basato sull'impiego del registro documentario 
e all'inizio di una riflessione sulle specificità e potenzialità della 
fotografia. Riflessione che viene realizzata anche con una serie di 
scritti, nonché all'inserimento di parti testuali nei suoi progetti 
fotografici. Dalla sua postazione europea scrive sia testi dal sapore 
storico sulla fotografia americana, sia sull'opera di fotografi 
contemporanei (ad esempio su Allan Sekula, Michael Smidth).

In tutti i suoi scritti emerge con evidenza una matrice politica che 
pone interrogativi, scevri da una retorica salottiera, sul ruolo della 
fotografia e dell'osservatore. In “Too Old to Rock, too Young to Die. La 
fotografia americana degli anni settanta” (1985), descrive in termini 
acri il successo della fotografia e la sua istituzionalizzazione nel 
decennio più glorioso, giudicandoli come il risultato di un desiderio 
superficiale del pubblico di avere semplicemente delle “riconoscibili, 
aneddotiche, immagini che narrano una storia”. Senza riserve è anche la 
sua riflessione sulla fotografia di paesaggio, se non nel considerarla 
secondo uno scarto epocale che pone l'estraniamento al centro della 
ricerca fotografica. Il paesaggio e la natura non offrono per Baltz 
soluzioni per comprendere la posizione del fotografo che con le sue 
immagini abita il mondo, poiché “Contemplare un qualsiasi paesaggio è 
come osservare l'abisso, senza alcuna implicazione di fascinazione o 
timore. L'opacità della natura appare come un possibile rifugio dalla 
soggettività, e tuttavia l'uomo non viene mai a patti con la natura. Può 
scegliere di credere, come fece Rilke, che l'arte sia un modo per 
ritrovare se stesso nel paesaggio; ma questo assunto, per quanto 
affascinante, sembra basarsi più sull'illusione che sulla realtà: forse 
perché abbiamo poca fiducia nel potere dell'arte, o forse perché alla 
fine abbiamo capito che il nostro estraniamento è ormai al di là di ogni 
possibilità di riconciliazione. È questa, a mio parere, la qualità 
“contemporanea” del paesaggio” (da “Note su Park City”, 1980).

Recentemente la pubblicazione di tredici fra i suoi maggiori progetti 
per l'editore Steidl, selezionati dallo stesso Baltz, fino alla recente 
traduzione apparsa qualche mese fa in Italia, per l'editore Johan & 
Levi, di una sua antologia di testi con il titolo di “Scritti” (edita in 
inglese l'anno prima, con introduzione di Matthew S. Witkovsky a cui si 
aggiunge all'edizione italiana la post-fazione di Antonello Frongia), ci 
agevola uno sguardo retrospettivo sulla sua opera, legato alla sua 
stessa auto-critica e selezione. Oltre a “Scritti” (dove tra l'altro 
rispetto all'edizione in inglese sono confluiti i testi redatti per i 
corsi di fotografia a Venezia), si devono alla sua frequentazione 
italiana i seguenti volumi: nel 1991 “Scandiano. Giochi di Simulazione” 
(per Linea di Confine, con prefazione di Costantini); nel 2007 “89-91 
Sites of Technology” (con testo di Frongia).

Nel 2013 Lewis Baltz e la moglie, l'artista Slavica Perkovic, con la 
quale ha realizzato diversi progetti nel corso dell'esperienza europea, 
hanno donato il suo archivio al Getty Research Institute.


Tiziana Serena

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