[S-fotografie] 7 anni di "Fotografia. Festival internazionale di Roma". Un bilancio deludente

diego.mormorio a libero.it diego.mormorio a libero.it
Dom 13 Lug 2008 21:23:44 CEST


Cari amici e colleghi,

molte delle cose che sto per scrivere in questa nota le ho in varia forma 
dette in passato a Marco Delogu, del quale sono e spero di restare amico, 
nonostante la durezza della verità, che per me è e sarà sempre impolitica. 


Titolo della rassegna. Si sa, nomen omen. Non so chi sia stato a volerlo 
chiamare “Fotografia. Festival internazionale di Roma”. Ma, come dice il detto 
latino, il nome era già un presagio. Metteva insieme un certo desiderio di non 
essere provinciali col richiamo a certe feste italiane della canzonetta.

Da anni, eravamo in molti a sostenere la necessità di creare a Roma un 
importante appuntamento fotografico, magari con cadenza biennale, che avesse 
come scopo quello di approfondire la conoscenza di temi e autori della 
fotografia e, al tempo stesso, di stabilire un contatto con giovani autori o 
con realtà fotografiche sconosciute. Un appuntamento che non alimentasse il 
semplice consumo di mostre fotografiche, già abbastanza diffuso, ma che sapesse 
coniugare il godimento estetico con l’approfondimento critico e storiografico. 
Per questa ragione si riteneva opportuna la presenza di un “comitato 
scientifico” o, come già avviene in altre realtà culturali, l’assegnazione 
della responsabilità di anno in anno a un esperto di diversa formazione, che 
comunque avesse una solida base critico-teorica e storiografica.  
Ma il sindaco Veltroni – che (per la cronaca) è stato studente all’Istituto 
Cine-Tv – intendeva evidentemente realizzare intorno alla fotografia non tanto 
un progetto orientato all’approfondimento o alla crescita dello spirito 
critico, quanto uno dei tanti appuntamenti romani di consumo, utili alla 
crescita del consenso elettorale. Pensò, dunque, che non fossero necessari né 
uno né molti esperti, ma che bastasse la buona volontà di un fotografo, ignoto 
a molti, ma suo amico. Così Marco Delogu, per dirla ricordando i tanti 
cardinali che ha fotografato, venne creato “direttore artistico”. 

Sono passati sette anni e, invece di volgere al meglio, il “Festival” è 
purtroppo sempre più andato verso il peggio. Tanto che l’ultima rassegna era 
nell’insieme assolutamente deludente e quella (quasi) unica esposizione che 
meritava di essere vista nella sua completezza era stata menomata al punto da 
risultare irriconoscibile. Parlo del bel lavoro di Gabriele Basilico su Roma 
ridotto a una ventina di fotografie che non ne lasciavano capire il senso.
Se ci si interroga sul bilancio di questi sette anni  “Fotografia. Festival 
internazionale di Roma”?, la risposta mi sembra emerga chiaramente dai 
cataloghi della rassegna. Si tratta una grande – straordinaria – occasione 
sprecata. 

Ho usato il termine “cataloghi”, ma nel caso del “Fotografia. Festival 
internazionale di Roma” questo termine appare del tutto improprio. I volumi 
prodotti dal “Festival” nulla hanno a che fare con quello che normalmente sono 
i cataloghi di mostre, vale a dire un intreccio di materiali critici e visivi 
che aiutano il visitatore alla migliore comprensione della mostra e che, finita 
la mostra, risulteranno utili a un ulteriore approfondimento.  
I cataloghi realizzati in questi sette anni di “Fotografia. Festival 
Internazionale di Roma” sono stati e continueranno a essere materiali di 
scarsissima utilità sia gli studiosi di fotografia, sia agli studenti, sia ai 
semplici appassionati o “cultori della materia”. 
In queste sette anni, gli unici due veri contributi editoriali nati nell’
ambito del “Festival” sono stati prodotti dal personale sforzo finanziario dell’
editore Peliti: sono i libri di accompagnamento della mostra Teatro del tempo 
di Josef Koudelka e di Dovere di cronaca di Letizia Battaglia e Franco 
Zecchin.  


Temendo forse di passare per provinciale, Delogu non si è dedicato, come 
sarebbe stato opportuno e auspicabile, alla valorizzazione del notevole 
patrimonio fotografico italiano, così come è rimasta quasi del tutto 
insensibile alla vastità della fotografia dell’Ottocento. 
Per cercare di sostnere Delogu in un’impresa che sin dal primo momento si 
prospettava al di sopra della sua pur volenterosa competenza, gli ho suggerito 
di ricorrere a Marina Miraglia e più modestamente a me e ad alcuni altri. Di 
avvalersi cioè di un “comitato” o “gruppo di lavoro” che lo aiutasse ad 
affrontare la vastità del campo fotografico e che lo tenesse in qualche modo al 
di fuori del  “conflitto d’interessi” originato dalla sua posizione di 
fotografo – accusa che, per quanto ai miei occhi appaia alquanto insostanziale, 
gli è stata poi realmente mossa. 


I titoli. Sono comparsi a partire dal terzo anno. I primi due anni, infatti, 
il “Festival” presentava di tutto, senza essere costretto a muoversi dentro 
argini tematici. Ma in realtà ha continuato così anche dopo, perché i “temi” 
che avrebbero dovuto dare un preciso indirizzo all’attività espositiva sono 
stati tanto vaghi da risultare come una scatola in cui mettere dentro di 
tutto. 

I titoli. Sono comparsi a partire dal terzo anno. I primi due anni, infatti, 
il “Festival” non era costretto a muoversi dentro argini tematici e presentava 
di tutto, disordinatamente e in libertà. I titoli avrebbero dovuto 
circoscrivere il territorio e dare così un preciso indirizzo all’attività 
espositiva. In realtà, ciò non è successo e il “Festival” ha continuato ad 
essere un caotico contenitore, senza un filo conduttore. Questi titoli, 
infatti, erano talmente vaghi da risultare come una scatola in cui buttare 
dentro di tutto.


2004 “La dura bellezza”. È stato questo il primo titolo. Era notevolmente 
ambizioso e anche bello. Ma perché avesse un reale significato era necessario 
innanzitutto che fosse chiarito con un testo introduttivo analitico, che 
purtroppo non è quello delle 14 righe scritte da Delogu: fragilissimo non 
perché breve, ma perché nella sua brevità contraddittorio e molto 
semplicistico. Testo che comincia dicendo: “Il bisogno di bellezza invade la 
quotidianità, la vità”, per poi, due righe dopo, dire che “bellezza è un 
termine abusato, legato a superficiali operazioni di comunicazione”. L’idea di 
bellezza riguarderebbe dunque tutta la quotidianità, ma non la quotidianità di 
tutti: solo quella di chi pensa di essere nel “profondo”, fuori dalla 
superficialità, o meglio, lontano dalle “superficiali operazioni di 
comunicazione”, che esattamente non è dato sapere per quali ragioni siano tali: 
non è dato cioè comprendere quando e come una comunicazione diventa operazione, 
e quando e perché essa assume l’aggettivo superficiale.  
Varie e molteplici sono le bellezze, diceva il filosofo Rosario Assunto. E 
niente e nessuno può essere escluso dalla ricerca e dal ritrovamento del 
bello. 
Anche l’amico Delogu cerca e trova il bello, ma vuole che sia diverso da 
quello che può essere il mio o dei miei vicini di casa. Lui non è interessato 
alla tenera bellezza della gente comune, vuole raggiungere la dura bellezza, 
“la bellezza secca del documento”, come quella che in grandissima quantità è 
possibile trovare negli archivi notarili, dove cioè i documenti sono di una 
secchezza davvero straordinaria. Ma non basta, aspira a una bellezza che non 
sia bellezza, a quella che concepisce come la bellezza “dell’estetica che si 
oppone agli estetismi”. Ma, anche qui, non ci è dato sapere se, col termine 
estetica, egli faccia riferimento alla dottrina filosofica di conio 
settecentesco o a qualcosa d’altro, di più vago, indefinito. Ci sembra di 
capire che nell’uso del termine estetismo da parte di Delogu non ci sia alcun 
riferimento all’idea tardo romantica che poneva i valori estetici al vertice 
della vita spirituale, ma che si tratti solo di un’accezione limitativa o 
peggiorativa dell’atteggiamento estetico. A questo punto, siamo da capo: non ci 
è dato sapere dove e come l’una cosa diventi l’altra. 
Più che dura bellezza mi sembra, dunque, che si tratti di una dura prova per 
la ragione o più semplicemente per un ordinario ragionamento critico.


2005 “Oriented” giocava tra Oriente e orientato, ma sfogliando oggi il 
“catalogo” ho la sensazione di totale disorientamento. Una serie di immagini 
che sembrano finite insieme a caso sono seguite da tre minuscoli testi: uno del 
sindaco di sedici righe, uno di Delogu di quindici righe, uno di Zone Attive 
(struttura organizzativa del “Festival”) di tredici righe. Lo scritto di Delogu 
che dovrebbe chiarire il senso del titolo e delle mostre raccolte sotto di esso 
comincia così: “Quaranta visioni orientali, quaranta visioni orientate formano 
un libro catalogo fatto di emozioni visive, di segni che compongono l’idea di 
un oriente sempre antico e sempre in costante cambiamento”. La ripetuta lettura 
non aiuta alla comprensione del testo, che appare forse più appropriato per un 
dépliant pubblicitario che per una rassegna “internazionale” di fotografia.
La convinzione inoltre che una parola in inglese possa essere una sorta di 
chiave magica è sfortunatamente ormai diventata il rifugio di chi non è in 
grado di elaborare una propria idea creativa. A tutti costoro, e all’amico 
Delogu, suggerirei quindi un detto pubblicitario: “C’è più gusto a essere 
italiani”. 


2006 “Novecento. La necessità della fotografia”. Quale vastità! Il Novecento. 
Un secolo che in fotografia equivale a milioni di milioni di fotografie. Come 
può essere un tema questa quantità? Il tema dovrebbe essere, dunque, “la 
necessità della fotografia”. Ma in “Fotografia. Festival internazionale di 
Roma” 2006 la necessità viene presentata come quantità. Nella migliore delle 
ipotesi, potrebbe sembrare che la necessità si faccia quantità e che, in quanto 
tale, venga a presentarsi come una marea di immagini senza un filo conduttore. 
Ma, per la verità, non credo che il “Festival” si sia mosso a partire da questa 
sottigliezza.


2007 “Questione italiana” (sesto anno). Di fatto c’erano molte “questioni”, 
sebbene assai confuse, quello che realmente mancava era l’aspetto italiano 
nella sua reale complessità.
Per la cronaca: per quella rassegna, proposi all’amico Delogu di realizzare 
una mostra sul rapporto tra gli scrittori italiani e la fotografia: un’
esposizione di immagini e testi che fosse cioè un viaggio nella fotografia 
italiana attraverso gli scrittori. La proposta venne da lui considerata troppo 
intellettuale e poco d’interesse per i grandi numeri, che sono quelli, mi 
disse, cui “il sindaco tiene”. 
  
2008. “Vedere la normalità”. Ancora un campo d’azione di enorme vastità. Nel 
suo testo (questa volta un po’ più lungo), Delogu scrive: “Fotografia 2008 si 
concentra su quella dimensione della fotografia che ci riporta al racconto 
della vita quotidiana e di tutte le piccole differenze che ci sono nel 
trascorre delle varie vite. L’ordinario contro lo straordinario, la struttura 
contro la sovrastruttura, l’essenziale contro il superfluo, la ricerca di una 
normalità intesa anzitutto come semplice accettazione del quotidiano, il vedere 
sempre e in ogni luogo”. 
Cinque righe che creano la classica tempesta in un bicchier d’acqua. 
Ci chiediamo perché, specialmente ai giorni nostri, l’ordinario debba essere 
contrapposto allo straordinario, senza raccogliere l’invito di Walter Benjamin 
(ben altro Walter), che vedeva “l’ordinario come straordinario e lo 
straordinario come quotidiano”. Perché contrapporre la struttura alla 
sovrastruttura e decretare la superiorità della prima? È una cosa che fa parte 
del peggior marxismo, o meglio, di un marxismo ridotto ad economicismo, ad una 
prospettiva che, conseguentemente esclude il “superfluo” dal necessario. 
Delogu non è sfiorato dal dubbio che l’idea di normalità “come semplice 
accettazione del quotidiano” contraddica il ragionamento “politico-economico” 
che origina l’idea di essenziale e di superfluo. 
Insomma, in poche righe, il testo del “direttore artistico” del “Festival” 
esprime una confusione analitica che non può che generare un vero e proprio 
caos espositivo. In questo senso, involontariamente, il “Fotografia 2008” è 
come certi talk show: uno spaccato di normalità che serve solo a confondersi le 
idee o a tenersi per buone le idee che si hanno. 

 
“Il circuito”. “Fotografia. Festival internazionale di Roma” si divideva in 
due parti: le mostre “ufficiali” (allestite in spazi pubblici) e quelle del 
cosiddetto “circuito”: bar, enoteche, gallerie private, negozi vari. Nell’
ultimo anno questi locali sono stati circa 130 e, in ognuno di essi, i gestori 
hanno, più o meno, esposto quello che hanno voluto. Qualche bella cosa in un 
mare di banalità e, me lo si lasci dire, di robaccia. Il “circuito” faceva 
contenti tutti, nel senso che faceva sperare a tutti quelli che maneggiano una 
fotocamera di fare una mostra “nel Festival”. Sembrava fatto apposta per essere 
accompagnato dallo slogan Rai: di tutto e di più. E prima di tutto, più 
consenso, naturalmente. 


La curatela delle mostre. Nell’ultimo anno (questo 2008), Marco Delogu ha 
voluto superarsi. Non solo ha ricoperto il consueto ruolo di “direttore 
artistico”, ma ha voluto curare personalmente quasi tutte le mostre 
“importanti”, affidandone solo qualcuna a un’assistente del suo studio. 
(“Conflitto d’interesse”?).


Un ultimo fatto. Come ho già detto, si è persa l’occasione per fare un buon 
lavoro sugli innumerevoli temi della fotografia. Lavoro che avremmo potuto 
apprezzare se fosse stato non più “intellettuale” o “accademico” (per questo ci 
sono altri luoghi più appropriati di un “Festival”), ma semplicemente più 
rispettoso del pubblico e del lavoro di tanti fotografi, che meritavano 
certamente una diversa attenzione. Mi spiace che uno di loro, com’è Delogu, non 
abbia saputo, con l’umiltà e la gentilezza che non dovrebbero mai mancare anche 
a chi è privo di altre eccellenze, rispondere a queste attese.


Saluti
Diego Mormorio






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