[Dal Pane-News] Dal Pane News 21 aprile 2011 - mercoledì 27 aprile - Incontro con Maurizio Maggiani

Daniele Scarazzati danielescarazzati a comune.castelbolognese.ra.it
Gio 21 Apr 2011 15:18:21 CEST


DAL PANE-News

Bollettino di informazioni, suggerimenti di lettura, segnalazioni in formato
elettronico fornito agli utenti della Biblioteca "Luigi Dal Pane" - Piazzale
Poggi, 6 - 48014 - Castel Bolognese
Tel. 0546.655827 - Fax 0546.55973 - E-Mail: dalpane a racine.ra.it


21 aprile 2011


COMUNICATO

Incontro con Maurizio Maggiani
Comune di Castel Bolognese · Assessorato alla Cultura
in collaborazione con
Ascom di Faenza
Banca di Credito Cooperativo
della Romagna Occidentale




Biblioteca comunale “Luigi Dal Pane”
Castel Bolognese


LIBRI A CATINELLE 2011
unità?
dal 4 al 14 maggio
undicesima edizione


EVENTO SPECIALE


mercoledì 27 aprile

Biblioteca comunale “Luigi Dal Pane” - Sala lettura
ore 18.00
incontro Maurizio Maggiani
parole libere su
Giovani, castità, Risorgimento


Teatrino del vecchio mercato ore 21.15
monologo di e con
Maurizio Maggiani
Carne macinata per l’universo


saluto dell’amministrazione comunale


ingresso libero


Tourné risorgimentale di Maurizio Maggiani
La Stampa, 17.01.2010

Il 2 di agosto a Cesenatico fanno una gran festa; c’è un gran clamore di
fiera e saltimbanchi e piade e piadine, lisce e ripiene, sfrecciano a stormo
nel più poderoso bombardamento di grassi di tutta la stagione di mare. La
sera il porto canale è tutto uno sbarluccicare di lumi, i bagni un
rinascimento di feste da ballo, e a mezzanotte è tutto un tripudio di fuochi
d’artificio; il giuggiolone della festa, dicono i romagnoli di quei
strepitosi fuochi. Ligure giunto agli antipodi, tre anni fa io c’ero a
quella festa, talmente per caso che non avevo neppure qualcuno accanto da
chiedergli il perché di quel festeggiare. Ignorante e supponente, ho
stabilito trattarsi di una consueta “festa del turista”, di quelle che fanno
tanto bene all’economia di riviera. Stupido errore. Il 2 agosto Cesenatico
festeggia ricordando la Trafila Garibaldina. Io non sapevo neppure cos’era,
me la sono fatta raccontare, e poi sono andata a cercarla, e di quella
storia della Trafila me ne sono fatto una passione. Perché è una storia
bellissima, piena di avventura e tragedia, di coralità e di sentimenti, di
paesaggi e di nobiltà, di passione politica. E la vado raccontando in giro;
e a ogni racconto aggiungo qualcosa, perché ognuno dei suoi personaggi evoca
altre storie, Anita, il Maggiore Leggero, il prete Bassi, Ciceruacchio, e
perché è bello ricamarci sopra, fantasticare sui particolari che le cronache
lasciano da parte. E vedo che la gente ha piacere di ascoltarla, e si
intriga, e fa oh e ah, e si vergogna di non averne mai saputo niente. E sono
felice di questo, felice di fare la mia piccola parte per salvare dal vasto
nulla attorno al porto canale di Cesenatico, una grande epica vicenda della
leggendaria vita del generale Garibaldi. Non la racconterò ora la Trafila
Garibaldina, per fare un dispetto a chi non la conosce e perché, per
renderle giustizia, dovrei ingombrare tutto questo giornale. Dirò solo che
sono i 14 giorni e le 14 notti in cui il popolo di Romagna aiuta il Generale
e la sua donna a sfuggire l’accerchiamento degli austro papalini e mettersi
in salvo. Sono fuggiti da Roma alla caduta della repubblica e vogliono
andare a combattere per quella di Venezia; non vi arriveranno mai, e Anita
morirà il 13° giorno. Come la maggior parte delle grandi storie epiche è
storia di una sconfitta e di una tragedia, ma è anche storia di uomini e
donne che finché saranno ricordati, finché si canterà il loro poema, non
saranno mai definitivamente sconfitti; non in ciò che le loro idee e le loro
stesse vite ci hanno lasciato in consegna.

Io so che le stupefacenti vicende della Trafila sono solo una piccola parte
di un’altra storia, ancora più grande e tragica, e che quella storia si
studia a scuola con il nome di Risorgimento. Ma so che quella roba del
manuale ne è solo il fossile, la traccia che si sta colmando di polvere, un
reperto sterilizzato in formalina. So che tutti quanti passiamo mille volte
da via Ugo Bassi, via Fratelli Bandiera, via Saffi, piazza Garibaldi, via
Pisacane, piazza Quattro Giornate e largo Aspromonte, ma so che sono nomi
che non hanno più voce e non raccontano più nulla. Salvo quello che c’è
scritto sotto: patriota. Che poi, per molti di quelli la patria per cui
hanno combattuto e sono morti non assomiglia nemmeno un po’ a quella che per
loro conto hanno chiamato così. E so che questo obnubilamento, smemoratezza,
estraneità, è l’insoluta tragedia, la sconfitta irrimediabile del mio Paese
e del popolo di cui sono parte.
Un popolo, ogni popolo, ha bisogno di una storia per sé; un racconto per
specchiarsi e condividerne il riflesso attraverso le generazioni e le
epoche. La storia di un popolo non può che essere ai suoi occhi una storia
grande, anzi, grandiosa; ed unica, allo stesso modo che ogni essere umano
sente in cuor suo di essere unico, e sa che la sua vita ha diritto ad essere
grande. In qualunque condizione di vita si trovi, in qualunque paesaggio si
collochi. La storia di un popolo si forma nella materia di racconti
straordinari, perché abbisogna per la sua grandiosità non di nude cronache,
ma di un costante romanzare. I racconti diventano leggende, le leggende si
fanno epopee, e le epopee costruiscono un romanzo epico in continuo
movimento. Quel romanzo, nato orale e collettivo, cresce con la scrittura,
con le immagini, con la musica, con ogni strumento adatto a perpetuarne il
racconto, rendendolo sempre più grande, diffuso, coinvolgente. Un popolo ha
nel romanzo di sé il suo motivo fondante, il suo più potente strumento di
duratura affermazione, e partecipa del suo racconto come di una realtà
irrinunciabile, l’unica adatta a costruire altre realtà molto più pratiche e
materiali. Molto prima di farsi nazione, ed accettare e partecipare di
vincoli che lo terranno soggetto ad astratti e vincolanti istituti, un
popolo ha già elaborato il racconto della sua storia, e quel racconto gli è
necessario proprio per arrivare fin lì. E il suo ultimo e più fiero e
tragico capitolo è proprio quello che racconta la sua nascita come nazione.
Ed è sempre una rivoluzione o una guerra, una guerra sempre civile. Nessuna
nazione potrebbe sopravvivere e prosperare sopra il peso dell’infinità
sequela di miserie e tragedie, sconfitte e turpitudini, generate dal suo
formarsi, se quegli avvenimenti non fossero elaborati e sublimati, resi
persino ultra umani in un corale canto epico. Una storia che tutti sanno
cantare, e rinnovare, tutte le volte che il popolo è richiamato a farsi
nazione. So che ogni volta che mi guardo un film western, partecipo di una
delle migliaia di storie di cui è fatta l’epica della nazione americana nel
suo capitolo più tragico: la guerra di Secessione. So che i grandi eroi di
quei film sono tutti degli sconfitti, combattenti dalla parte sbagliata,
cinicamente si direbbe. E so che non ci sarebbe una nazione e un popolo che
vi si fonda, se quella guerra che ha distrutto interi stati non fosse
diventata parte di una leggenda fondante che tutti sanno ancora cantare.
E io so che questo mio Paese, il popolo di cui sono parte, non ha il suo
romanzo, non ha il suo poema da cantare, la sua leggenda. Ci ha rinunciato,
gli è stato tolto, non so; ma è un fatto che oggi è muto di fronte alla sua
storia. Eppure ha vissuto, neppure troppo in là nei secoli, una lunga
epopea, che è chiamata Risorgimento ed è persino un bel nome, ed è stata
anche epopea di popolo. A meno che non lo si anestetizzi dentro le date
delle guerre d’indipendenza, a meno che non si pensi di fondare una nazione
sugli appetiti dinastici dei Savoia, sugli interessi della Francia e sulle
frodi dei plebisciti. Se è questo che ha fatto l’Italia, allora l’Italia non
esiste. Ed è una probabilità, ma non l’unica. Cosa vogliamo ricordare delle
rivoluzioni del ’18, ’21, ’32, ’48, su quella del ‘72? Forse abbiamo voglia
di credere che tutto ciò che non è impegno bellico e politico sabaudo si
riduce a un manipolo di intellettuali disadattati, avventurieri sciupa
femmine? Per inciso non c’erano agenti segreti di Carlo Alberto a cercare di
salvare Garibaldi in Romagna, ma barcaioli, contadini, preti e birocciai
repubblicani. E ancora per inciso, abbiamo visto cento film e letto dieci
romanzi sul famigerato bandito Jesse James, baby soldato confederale
sbandato, ma Ninco Nanco chi se lo fila? Era un reduce anche lui, brigante
calabrese, anche lui dalla parte sbagliata e non meno di James ricco di
avventure. Ma sono tutte storie dissolte e sepolte nella mortale retorica
delle ricorrenze e delle lapidi là dove ce ne sono ancora.
Perché? Perché mi è stato sottratto il romanzo del mio popolo, l’epopea
della mia nazione? Sono stati i Savoia per imporre la loro canzonetta? Il
fascismo per la sua fanfara? Forse è responsabilità del ceto intellettuale,
che ha rinunciato al suo ruolo di testimonianza? So che mentre Charles
Dickens pubblicava a puntate su un settimanale popolare il più grande, e
spesso, romanzo di denuncia sociale del suo tempo, Alessandro Manzoni dava
alle stampe una storia secentesca sul ruolo della Provvidenza Divina come
dispensatrice di giustizia. Erano gli anni del Risorgimento, vorrà dire
qualcosa. So che mentre nel porto di Boston una folla incontrollabile di
popolo si accalcava al molo per riuscire a procurarsi l’ultima puntata dell’
ultimo romanzo dickensiano, facendo due morti annegati, il Manzoni accettava
con gratitudine un seggio senatoriale graziosamente offertogli dal re
Vittorio. Forse è colpa di Manzoni? O forse perché l’unità del paese, la sua
costituzione come nazione, è una follia, o, peggio, una menzogna? Magari è
così. Allora benvenuti a Cesenatico, dove qualcosa ancora si ricorda e si
canta e ci si fa festa.

http://www.feltrinellieditore.it/FattiLibriInterna?id_fatto=11314


Maurizio Maggiani
Chi sono
Sono nato il primo di ottobre del 1951 da Dino, detto Dinetto per il suo
animo gentile, e da Maria, detta Adorna in memoria della mula preferita da
suo padre, mio nonno Armando, detto Garibà, Garibaldi, per il suo carattere,
portamento e tempra politica. Sono nato nella casa costruita da mio nonno
con gli scarti della fornace di mattoni del paese a ridosso della via
Aurelia, nella frazione Molicciara di Castelnuovo Magra, la piana che dai
suoi abitanti è chiamata Luni, perché è lì, da qualche parte nei campi, che
ancora inciampano sulle rovine dell’antica città romana. La casa aveva un’
aia, un orto e al di là dell’orto i campi che i miei avevano in affitto per
coltivare patate, cavoli e formentone; lì io sono cresciuto indisturbato e
felice. La casa e l’orto sono ancora lì, abitati da chi è restato della mia
famiglia, ma quando mio padre Dinetto si è fatto operaio, ha preso sua
moglie e i suoi figli e li ha portati in città, alla Spezia. Lì io sono
arrivato fino alla giovinezza in solitudine e desolata nostalgia. Quello che
ho fatto di buono è andare a scuola, primo e unico nella mia famiglia a
spingermi fino a un diploma. Sono stato licenziato con il diploma magistrale
e il consiglio di proseguire gli studi alla facoltà di architettura; questo
a ragione di una propensione all’arte che i miei esaminatori avevano
intravisto non saprei dire dove, se non nel fatto che non ero bravo in
niente, ma avevo una macchina fotografica e ci scattavo delle fotografie.
Era una Zenit sovietica che Dinetto aveva comprato per sé con 40 rate
mensili da 1000 lire l’una; assieme all’orologio Omega era il suo orgoglio,
ma non ci ha mai scattato una fotografia: è sempre stata mia finché non l’ho
venduta per comprarne un’altra. Tre mesi dopo il diploma facevo già il
maestro nella quinta classe di un prefabbricato che faceva da scuola nella
periferia operaia della città. Avevo diciannove anni e crescevo assieme ai
miei alunni; erano gli anni delle sommosse, ed ero certo di lavorare per il
mondo nuovo. Ho ancora quella certezza e penso anche di essere stato un buon
maestro; ho insegnato nel corso degli anni in carcere, nelle sezioni
speciali per handicappati e in quelle sperimentali per il loro inserimento,
e oggi so che è il più bel mestiere che abbia mai fatto. Ma sono curioso e
mi piace stare in movimento, e ero un giovane uomo nell’epoca in cui in
questo paese era ancora possibile muoversi con curiosità lavorando per
vivere. Ho cambiato lavori e città continuando a crescere. Non ricordo più
bene tutto quello che ho fatto per campare, ma so che la mia vita è sempre
stata movimentata e ricca di momenti fortunati. A ventidue anni sono stato
chiamato dalla Olivetti nei suoi servizi sociali, e il mio primo stipendio
era il doppio di quello di mio padre; me ne sono andato via per amare
perdutamente una donna così come andava fatto. Nel ’74 mi sono procurato il
primo videoregistratore portatile in circolazione e ho provato a farci
qualcosa con i ragazzini di una scuola di montagna; da allora non ho più
smesso di pensare che qualunque strumento è buono per creare qualunque cosa,
anche la più meravigliosa. Ma poi sono andato in giro a vendere pompe
idrauliche e mi piaceva moltissimo; ho fatto il fotografo industriale, e ho
girato film pubblicitari per gli industriali del marmo e gli stagionatori di
prosciutti, mentre fabbricavo audiovisivi politici con l’idea che immagini e
suoni potessero essere un buon modo per far discutere la gente; a quel tempo
funzionava, anche se erano strumenti poco adatti agli effetti speciali. Nel
momento del bisogno ho fatto anche il mercante di arte contemporanea
abbastanza autentica, anche se non del tutto, e venditore di libri,
soprattutto dei miei. E nel ‘78 mi sono rotto la schiena facendo delle
riprese in una cava di granito, e mi sono cercato un posto adatto a chi si
prende una gran paura: sono diventato pubblico impiegato. Nell’85 mi sono
comprato, firmando 36 cambiali, un computer Apple, il primo che si fosse
visto in circolazione, e con quello ho imparato a scrivere. Perché scrivere
su quell’apparecchio mi dava un gran piacere tattile e visivo, perché ho
scoperto che potevo costruire parole, e con le parole pensieri, che erano
immagine composta così come si compone un’inquadratura fotografica, o
cinematografica. E poi mi sono rotto una gamba in cinque pezzi, in uno
strepitoso incidente di motocicletta, e tutto quello che ho potuto fare per
tre lunghi anni è stato di volerle abbastanza bene per non lasciare che me
la portassero via, e inventarmi qualcosa per non intristirmi di deboscia da
antidolorifici. Con il mio Apple ho scritto una lettera al quotidiano della
città e di lì in poi mi hanno chiesto di scrivere a pagamento; sempre con
quello ho scritto una lettera a una donna e quella lettera è stata spedita a
cura del mio miglior amico a un concorso per componimenti letterari inediti
che divenne leggendario per la straordinaria partecipazione popolare. La
lettera vinse il concorso sotto forma di racconto letterario. La lettera era
intitolata “Prontuario per la donna senza cuore”, c’erano dei sospesi
pesanti tra me e quella signora, e quel titolo è rimasto. Tra me e lei le
cose non sono cambiate se non in peggio, ma ho cominciato a ricevere
telefonate da editori che mi chiedevano se per caso avessi “qualcosa nel
cassetto”. Il mio cassetto era vuoto, ed è sempre rimasto così, ma alla
quinta telefonata ho detto che sì, avevo qualcosa. Ero curioso di vedere
cosa sarebbe successo, non ho mai smesso di essere curioso, e sono diventato
romanziere. Da allora credo di aver scritto e pubblicato una decina di
storie romanzesche e un migliaio di articoli, qualcosa che assomiglia a una
carriera. Comunque, vivo di quello, onorevolmente e con orgoglio mantengo la
mia famiglia con il sudore delle mia dita e il patimento dei miei occhi.
Come per tutto il resto che di buono mi è capitato nella vita, ed è stato
molto, ne sono debitore alle fortunate coincidenze, all’amicizia di uomini e
donne generosi, alle strade che cammino e agli incontri che mi regalano. Ah,
adesso che mi viene in mente, ho fatto anche il conduttore televisivo,
qualcosa come un centinaio di puntate di “La Storia siamo Noi”, nel ’99 se
ricordo bene, e in quella occasione ho imparato molto di quello che mi piace
e non mi piace fare. So che non mi piace lavorare più del necessario, e non
mi piace neppure guadagnare più di quello che mi serve. E questo mi mantiene
ancora in forma, nonostante sia un vecchio zoppo ormai ipovedente. L’anno
passato ho ereditato l’orologio Omega di mio padre Dinetto e mi capita di
far caso al suo tic tic tic. È un suono armonioso e rassicurante, il suono
di una cosa fatta a regola d’arte, il suono che mi piacerebbe fosse quello
della mia vita.




Maurizio Maggiani (Castelnuovo di Magra 1951) ha pubblicato Un contadino in
mezzo al mare. Viaggio a piedi lungo le rive da Castelnuovo a Framura (Il
Nuovo Melangolo); con Feltrinelli Vi ho già tutti sognato una volta (1990),
Felice alla guerra (1992), Il coraggio del pettirosso (1995, premi Viareggio
Rèpaci e Campiello 1995), Màuri màuri (1996), La regina disadorna (1998,
premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002,
premio letterario Scrivere per amore 2003, finalista premio Chiara), Il
viaggiatore notturno (2005, premio Ernest Hemingway, premio Parco della
Maiella e premio Strega), Mi sono perso a Genova (2007), con Gian Piero
Alloisio, Storia della meraviglia, 12 Canzoni e 3 Monologhi, Cd + Libro
(2008) e Meccanica celeste (2010).


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